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	<title>Fausto Melloni &#187; Racconti</title>
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	<description>La bellezza salverà il mondo (Dostoevskij)</description>
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		<title>BUONA LA PRIMA</title>
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		<pubDate>Sun, 03 May 2015 18:51:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Sebastiano]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[Mi piace curiosare qui all&#8217;Oasi, lungo i vialetti degli orti, mentre il primo sole di questa primavera fresca comincia a&#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Mi piace curiosare qui all&#8217;Oasi, lungo i vialetti degli orti, mentre il primo sole di questa primavera fresca comincia a scaldare i nostri giacconi e, subito dopo, le nostre vecchie ossa di pensionati.</p>
<p>Qualcuno rogna, non si capisce contro chi, qualcun altro tace, in entrambi i casi conviene andare oltre per non imbattersi in questioni spinose.</p>
<p>Eccolo finalmente quello giusto col suo giaccone militare. Eccolo che mi accoglie con un sorriso largo: <em>“In piedi così presto, presidente?”</em> Non sono abituato a sentirmi chiamare così. Mi giro per vedere a chi sta parlando: non c&#8217;è nessuno, ce l&#8217;ha proprio con me.</p>
<p>Rispondo la prima cosa che mi viene in mente, la solita cosa che dico a tutti, noi vecchi siamo così.</p>
<p><em>“Presto sarà per lei</em> – dico <em>-io sono in piedi dalle cinque.”</em></p>
<p><em>“Brutti pensieri?”</em></p>
<p><em>“Niente brutti pensieri, solo insonnia”</em>. E’ il mio solito disco, ma lui non lo sa, non ci conosciamo</p>
<p><em>“Capita anche me, sono i pensieri</em> &#8211; fa lui &#8211; <em>anzi il fatto proprio di <strong>non </strong>avere pensieri. Fra poco mi alzo</em>, penso, <em>prendo il mio bel caffè e fumo la prima sigaretta, poi piano piano mi avvio verso Bagnella, a piedi che al mattino fa bene: c’è l’orto qui che m&#8217;aspetta.”</em></p>
<p><em>“Bravo, qual è il problema?”</em></p>
<p><em>“Glielo ho detto, nessun problema. Potrei restare a dormire un&#8217;altra oretta, ma non ci riesco. Il nipote che cerca lavoro e non lo trova. Il genero lasciato a casa dall&#8217;oggi al domani. E io con la mia pensione sicura, non un granché, ma mi basta. La salute, se Dio vuole, c’è, l’orto qui che mi aspetta. Non mi crederà, mi tocca di alzarmi: non mi sento a posto.”</em></p>
<p>Rimango di sasso. Ho sentito tanta gente lamentarsi, qui agli orti, in più di 30 anni. Gente che se la prende per una zucca tagliata, magari per dispetto, o per un pomodoro scomparso.</p>
<p>Uno che se la prende perché si considera fortunato,<em> troppo</em> fortunato rispetto ad altri e per questo non riesce a dormire l’ora più bella, quella del mattino presto, non l’avevo ancora sentito. Mi è venuto da pensare allora che il buono in tante persone c&#8217;è.</p>
<p>C&#8217;è tanto di buono in moltissime persone ma non viene mai fuori perché ci si vergogna a farli, i discorsi come questo dell’insonnia da eccesso di fortuna. Come si fa, fra tante proteste e tanti malumori, anche gratuiti, anche immotivati, come si fa a dire <em>“Non riesco a riprendere sonno al mattino perché ci sono troppe persone meno fortunate di me?”</em></p>
<p>Non so cosa dirgli, mi sento a disagio. Posso dirgli “Non si faccia sangue cattivo, non è mica colpa sua” Posso dirgli “Si giri dall&#8217;altra parte e pensi a dormire” Allora taglio corto e nell&#8217;andarmene gli faccio: <em>“Qualcosa si può sempre fare quando c&#8217;è la salute.” </em>E’ la prima cosa che mi viene, è un po&#8217; sciocca ma è la prima.</p>
<p>Sono già avanti un pezzo: mi giro, è ancora là, immobile nel suo giaccone militare, in piedi in mezzo al suo orto che guarda verso di me.</p>
<p><em>“E domattina?”</em> mi fa di lontano.</p>
<p><em>“Domattina ci pensi e poi ne riparliamo.”</em></p>
<p>Mi è venuta così, la prima.</p>
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		<title>Una Polizza da Cani</title>
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		<pubDate>Sun, 03 May 2015 11:39:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Sebastiano]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[Sono un basset-hound nato in Italia da genitori britannici, mite, tollerante, buono da caccia e da compagnia non disdegnando, all&#8217;occasione,&#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Sono un basset-hound nato in Italia da genitori britannici, mite, tollerante, buono da caccia e da compagnia non disdegnando, all&#8217;occasione, le incombenze della riproduzione. Il mio nome, nonostante le ascendenze è, ironia, semplicemente Pippo. Sono un cane di razza purissima ma in questo non ho — lo riconosco — alcun merito. Debbo dire — anzi — che spesso la cosa mi disturba. Soffro della mia impeccabile posizione genetica, per esempio, nei rapporti con una cockerina tutto pepe che vive presso la ferramenta all&#8217;angolo della mia strada. È disinvolta, la bella creatura, e non si angustia minimamente delle larghe vedute che deve aver avuto la sua mamma, in fatto di razza, e forse anche la sua nonna. Sorride lei, sorride sempre e strizza l&#8217;occhio, sicché io, passando e ripassando davanti alla ferramenta, mi vengo a sentire assai spesso molto male, sapete com&#8217;è, specialmente di primavera.</p>
<p>Una volta, una volta sola, prendo il coraggio a due zampe, agguanto i miei certificati e corro da lei deciso a tutto. Spirava un venticello galeotto giù dalle colline che mi dico &#8220;stavolta o mai più&#8243;. Be&#8217;, quando stavo per concludere e c&#8217;erano da vincere ormai solo le ultime resistenze, cos&#8217;è che faccio? Le snocciolo sotto il naso il pedigree e gli altri certificati, che si dia una regolata, cosa devo fare?<br />
E lei, cosa pensate che faccia lei? Lei a ridere, a ridere come una pazza sconsiderata che l&#8217;hanno sentita tutti i cani del vicinato. E sono corsi lì, tutti. E vi lascio immaginare la figura. Certe cose fanno male, credetemi, se poi ti ritrovi quella faccia da tontolone che la razza ti assegna, si soffre ancora di più. Non ci furono ossi, quella volta, capaci di consolarmi.<br />
La padrona, che quanto a cuore ha un cuore d&#8217;oro, intuisce il momento difficile e mi fa &#8220;&#8230; e noi andiamo a farci una bella polizza, coraggio Pippo&#8221;.</p>
<p>Entriamo in agenzia e ci sediamo ad aspettare. Discutevano animatamente su una questione di bonus-malus, là dentro, uno meno esperto di me avrebbe detto che abbaiavano. Non capivo tutto perché in latino non sono gran che forte, ma non ero il solo a non capire. Quando arrivò il nostro turno ci fu un brutto momento per la mia padrona che dovette dichiarare reddito, affitto, progetti, abitudini di vita e, credo, anche circonferenza ai fianchi e al torace. (Elementi che la mia padroncina sarebbe stata desiderosa di fornire, come numero di telefono e, possibilmente, un piccolo appuntamento; non le furono richiesti). Alle sue timide proteste, il produttore affabilmente le fece notare: &#8220;Signorina, guardi che Lei in questo modo entra a far parte della élite ristretta dei proprietari di cani assicurati: persone della massima correttezza. Finora abbiamo solo l&#8217;Ambrogio Fogar&#8221;.<br />
Al pensiero di Armaduk ebbi un lungo brivido, non saprei se di commozione o di freddo.<br />
Capii che stavo entrando nell&#8217;olimpo dei VID (Very Important Dogs) e che, se fossi stato molto bravo, un giorno avrei potuto dar luogo addirittura all&#8217;emissione di una polizza italiana.<br />
Si presentò in agenzia un dobermann collerico con la sua padrona per stipulare una R.C. Terzi, ma a questo punto neanche lo guardai: ramo povero, rischio di seconda categoria.</p>
<p>Ma qui viene il momento più brutto di tutta la trattativa, roba che è passata una settimana ma non riesco ancora a riprendermi. Il produttore (che credevo persona costumata ma sbagliavo; fanno bene a mandarli via tutti) comincia ad infilare una serie di domande trabocchetto, su quel problema che sapete, da lasciarmi di sasso. E i doppi sensi? Vi raccomando i doppi sensi! Parole come &#8220;tasso&#8221; e &#8220;copertura&#8221; hanno un significato preciso nel linguaggio assicurativo: così, almeno, ho sempre creduto. Provate a vedere i punti 13 usque 15 della proposta mod. B/13 e ditemi se un povero basset-hound deve mettere in piazza tutto per ottenere una copertura (pardon, una garanzia) assicurativa.<br />
Dopo le foto e le firme (per non perdere l&#8217;abitudine della doppia firma, mi hanno fatto firmare la polizza con la zampa destra e con la zampa sinistra) l&#8217;affare fu concluso e ce ne andammo.<br />
Ero un cane assicurato, finalmente, il solo della città. Credo immaginiate cosa significa. In breve tempo la notizia avrebbe fatto il giro del quartiere, così preferii darmi ammalato per qualche giorno, credo possiate comprendermi.<br />
Quando una settimana dopo ho trovato la forza di uscire mi sono incamminato lentamente e con grande prudenza per la strada dirigendomi verso la ferramenta sull&#8217;altro marciapiede.<br />
C&#8217;era.<br />
Davanti alla ferramenta la piccola sciagurata c&#8217;era. Stava parlando con un bastardone dal pelo logoro e scomposto. Sciupatissimo. Sembravano felici. Anche lei sembrava felice. Soltanto per un attimo pensai di attraversare e di schiaffarle sotto il naso la polizza, ma poi mi trattenni. Mentre mi allontanavo non potei fare a meno di compatirli: erano entrambi scoperti di assicurazione.<br />
E forse, a meno dell&#8217;intervento di un broker, non avrebbero mai potuto coprirsi.</p>
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		<title>l&#8217;imbiancatura</title>
		<link>https://www.faustomelloni.it/limbiancatura/</link>
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		<pubDate>Mon, 27 Apr 2015 19:11:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Sebastiano]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[Davanti al suo piccolo caffè, in quell&#8217;angolo di città che Giovanni trovava tanto pittoresco, gli uomini di colore andavano e&#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Davanti al suo piccolo caffè, in quell&#8217;angolo di città che Giovanni trovava tanto pittoresco, gli uomini di colore andavano e venivano, isolati, a coppie o a piccoli gruppi che a volte si scomponevano e si ricomponevano dopo un momento in un altro punto, come se obbedissero agli ordini di un regista invisibile.</p>
<p>«Questo fermento l&#8217;ho già visto &#8211; pensò Giovanni &#8211; fa pensare al secondo atto della Bohème. Eppure non siamo a Parigi, direi piuttosto che siamo in Africa.»</p>
<p>Nonostante la citazione Giovanni non era un uomo di teatro, anzi, era soltanto un imbianchino in pensione che ricordava la Bohème per averla vista addirittura 50anni prima, quando suo nonno l&#8217;aveva accompagnato al teatro dell&#8217;opera per la prima e unica volta nella sua vita. Da allora la Bohème era diventata il suo punto di riferimento obbligato per accostamenti e similitudini, citazioni e confronti.</p>
<p>Il caffè sfruttava un bellissimo spazio ombreggiato da platani giovani e odorosi sotto i quali i tavoli e le sedie verniciati di bianco raccoglievano i coriandoli di sole che le foglie lasciavano filtrare.</p>
<p>Quando arrivò Senegal con i suoi due compari e tutti e tre si sedettero al tavolo vicino al suo, Giovanni quasi non si accorse di loro, tanto era preso dalle sue fantasticherie di Bohème.</p>
<p>Soltanto quando udì che la loro conversazione verteva sulla tinteggiatura di una stamberga, nella zona, della quale erano riusciti ad ottenere l&#8217;uso in cambio di un affitto non altrettanto misero, Giovanni si incuriosì e cominciò ad ascoltare attentamente: era la sua materia, perbacco.</p>
<p>Conosceva quei negroni, come tra sé e sé gli piaceva definirli, per averli visti qualche volta gironzolare intorno al suo caffè, ma era una conoscenza che non arrivava neppure al &#8220;Buongiorno&#8221; &#8220;Buonasera&#8221;.</p>
<p>Con Senegal, invece, si era intrattenuto a parlare qualche volta venendo a sapere, della sua infanzia e della sua prima giovinezza in Africa, cose dolci e cose tristi, come sempre accade quando dai confidenza a un immigrato e, sentendolo saltare dalla malinconia alla rabbia mentre parla della sua terra, capisci che tanto deve amarla ma un po&#8217; deve anche detestarla.</p>
<p>Si stupì, Giovanni, di sentirli parlare italiano, con risultati più che soddisfacenti da parte di Senegal, ormai padrone della lingua, goffi e a volte umoristici da parte degli altri due.</p>
<p>«Senti questi negroni, vuol dire che vengono da tribù diverse» pensò Giovanni con una sua scanzonata forma di irriverenza. Ma era un gioco tra sé e sé, senza cattiveria: parlando a loro non li avrebbe mortificati per nessuna ragione al mondo.</p>
<p>Gli altri trattavano di vernici e di pennelli, di scale e di ponteggi ma si muovevano su quegli argomenti, che per lui erano come il pane quotidiano, con tanta maldestra incompetenza che decise di intervenire:</p>
<p>«Scusa se ti interrompo, Senegal, ma tu e i tuoi amici siete proprio fuori strada.»</p>
<p>Senegal ebbe un guizzo furbo degli occhi mentre gli altri due si girarono verso Giovanni meravigliati per l&#8217;intrusione.</p>
<p>«Non è che io voglia fare il professore &#8211; proseguì &#8211; ma se non dovete pitturare un campanile scale e ponteggi non servono proprio a nulla.»</p>
<p>«Cosa ci consiglierebbe lei signor Giovanni?» lo interrogò l&#8217;uomo chiamato Senegal.</p>
<p>«Mah, se dovete tinteggiare quella topaia che credo di aver capito, andrebbero bene un paio di rulli. Non lo sapete che hanno inventato i rulli, qui da noi?»</p>
<p>«Certo che conosciamo i rulli, il problema è comprarli. Se però qualcuno ce li prestasse &#8230;»</p>
<p>Seguì una lunga pausa di silenzio durante la quale Giovanni rifletté che, almeno una volta, doveva aver detto che il suo mestiere, prima della pensione, era stato quello dell&#8217;imbianchino.</p>
<p>Certo che i rulli lui li aveva, e aveva anche tutta l&#8217;esperienza necessaria per organizzare quei ragazzi senza arte né parte nell&#8217;impresa che stavano progettando.</p>
<p>«Ci mancherebbe anche che mi mettessi a dar di bianco per il terzo mondo» pensava, infastidito da quella situazione mentre Senegal taceva e gli altri due confabulavano tra loro in un idioma incomprensibile.</p>
<p>Fu Senegal a rompere il silenzio con una domanda rivolta agli altri due:</p>
<p>«Sapete chi è questo signore che parla con noi così gentilmente?»</p>
<p>Siccome gli altri avevano scosso la testa in segno di diniego, proseguì:</p>
<p>«Il signor Giovanni, nel Rinascimento, sarebbe stato forse un grande artista perché‚ in quel tempo non c&#8217;erano i pittori e gli imbianchini. I grandi artisti erano uomini come lui, quasi sempre, come il signor Giovanni.»</p>
<p>Sorpreso e confuso ma anche lusingato Giovanni l&#8217;interruppe:</p>
<p>«Andiamo andiamo Senegal, questi sono complimenti belli e buoni. Un pittore è uno come Michelangelo, come Giotto, come Marcello.»</p>
<p>«Michelangelo lo conosco, Giotto anche, ma Marcello non l&#8217;ho mai sentito &#8211; disse uno dei due.</p>
<p>«Anch&#8217;io non l&#8217;ho mai sentito» disse l&#8217;altro.</p>
<p>A questo punto Senegal, con semplicità, spiegò:</p>
<p>«Marcello è il pittore della Bohème, l&#8217;amico di Rodolfo il poeta, di Schaunard il musicista e di Coline il filosofo. Marcello era l&#8217;amico della bella Musetta.»</p>
<p>Giovanni rimase letteralmente a bocca aperta per lo stupore e non poté trattenere un &#8220;Ostia, questo negro&#8221; che ebbe l&#8217;effetto di riscuotere l&#8217;altro, intento, forse, a inseguire una sua malinconica nostalgia di Bohème.</p>
<p>Giovanni cercò subito di rimediare:</p>
<p>«Scusami Senegal ma sono rimasto di sasso: come fai tu a sapere queste cose?»</p>
<p>«Beh, signor Giovanni, la Bohème non appartiene a voi Italiani solamente. E&#8217; un capolavoro che appartiene a tutta l&#8217;umanità.»</p>
<p>«Ostia! &#8211; si lasciò sfuggire ancora Giovanni più incredulo che mai &#8211; Come fate a sapere queste cose voi giù di là?»</p>
<p>«Il fatto è che l&#8217;acqua potabile a Dakar c&#8217;è da un pezzo – disse Senegal sorridendo serenamente &#8211; I film arrivano prima là che al cinema Splendor qui all&#8217;angolo e la Bohème è forse il più bel dono che la vostra Italia abbia fatto alla nostra povera Africa.»</p>
<p>«Che figura ho fatto» pensò Giovanni, commosso, alzandosi.</p>
<p>Ma l&#8217;altro lo trattenne garbatamente per un braccio e gli chiese, quasi implorante:</p>
<p>«Verrà a darci un&#8217;occhiata, domattina, magari portando un rullo o magari due?»</p>
<p>Giovanni sapeva che il giorno successivo non sarebbe stato disponibile, avendo captato dai soliti segnali indiretti, che l&#8217;indomani, sabato, si faceva affidamento su di lui per la tinteggiatura di cucina e ripostiglio dell&#8217;appartamento accanto al suo, quello occupato dal figlio Mario e dalla nuora Monica.</p>
<p>Quando la moglie e il figlio avevano in mente di affidargli un&#8217;incombenza, non si sognavano neppure di interpellarlo apertamente e di chiedergli la sua disponibilità. Cominciavano invece a tessere tutta una trama di allusioni e ammiccamenti tra di loro, come si trattasse di una cosa scabrosa da sfiorare alla lontana, mai da affrontare direttamente.</p>
<p>«In ditta questo non succedeva &#8211; pensava sempre Giovanni -Non capisco perché, a casa mia, quando han bisogno di qualcosa da me, debbano fare tutto questo teatro.»</p>
<p>«Domani proprio non posso» rispose Giovanni risoluto e, per prevenire la petulanza abituale di quei negroni quando si incontravano in giro con le loro cassette cariche di calze, di stringhe e di accendini, aggiunse:</p>
<p>«Domani non posso, poi parto e sto via per il resto dell&#8217;estate.»</p>
<p>Si alzò, diede la buonasera e rapidamente si allontanò.</p>
<p>Mentre rientrava per la cena (quella sera erano ospiti del figlio e della nuora, conveniva arrivare puntuali) Giovanni ancora rifletteva su quel rituale di occhiate, allusioni e ammiccamenti che sempre precedevano la richiesta di una prestazione di lavoro a lui rivolta, da quando era in pensione.</p>
<p>Il fatto della cucina da imbiancare, per esempio, l&#8217;aveva captato da diversi segnali, inconfondibili per lui che non era uno sciocco, mandati dalla moglie al figlio e viceversa, nella totale noncuranza della sua presenza.</p>
<p>«Da un po&#8217; di tempo mi trattano come se fossi l&#8217;uomo invisibile- pensava camminando verso casa &#8211; eppure mi sembra di non essermi mai tirato indietro, perdiana.»</p>
<p>Si era udito il figlio dire, fin dalla settimana avanti:</p>
<p>«Ci vorranno tutti i giornali vecchi. Attenzione a non buttarli via, nei prossimi giorni.»</p>
<p>E in un altro momento:</p>
<p>«La roba c&#8217;è tutta, ho controllato giù in cantina: è rimasta dall&#8217;altra volta e basterà.</p>
<p>E la moglie, furtivamente:</p>
<p>«Si fa sabato, così domenica è asciutto e lunedì è già tutto pulito.»</p>
<p>In questo modo, un modo che Giovanni giudicava più appropriato alla preparazione di una rapina che alla tinteggiatura di una cucina, aveva appreso che il lavoro si sarebbe svolto sabato e siccome era già venerdì sera cominciò a chiedersi quale cerimoniale avrebbero inscenato, di lì a poco, per prospettargli un lavoro che lui era dispostissimo a fare senza opporre la minima resistenza. Semplicemente avrebbe preferito che, per tempo, gli avessero chiesto:</p>
<p>«Ci dai una mano a dipingere la cucina, per favore, papà?»</p>
<p>Tutta la cena andò avanti normalmente e senza incidenti, anzi fu una bella cena, visto che Monica, la nuora, aveva un talento speciale per la cucina spiritosa, come lei stessa usava definire le sue trovate gastronomiche.</p>
<p>Per fortuna Monica non prendeva parte ai complotti abituali e per questo, ma non solo per questo, al suocero era molto simpatica.</p>
<p>In attesa del caffè Giovanni si chiedeva chi degli altri due avrebbe rotto il ghiaccio e cosa diavolo stessero aspettando, visto che ormai si era arrivati al dunque.</p>
<p>Fantasticando su questo sorrideva rosicchiando un grissino sovrappensiero.</p>
<p>Notò il saettare di due, tre occhiate tra la moglie e il figlio e poi fu quest&#8217;ultimo a esordire, con finta allegria:</p>
<p>«Ridi, ridi, papà. Riderai un po&#8217; meno quando avrai sentito cosa avremmo pensato per domani.»</p>
<p>«Cosa avete pensato per domani?» chiese Giovanni fingendo la più grande curiosità.</p>
<p>«C&#8217;è una gran bella stagione, al mare si deve stare benissimo, e tu papà dici sempre che lavorare con noi è un problema. Allora sai cosa abbiamo pensato?»</p>
<p>«Avanti sentiamo»</p>
<p>«Abbiamo pensato che se per caso tu papà scegli domani per imbiancarci la cucina, noi e la mamma andiamo al mare e ti lasciamo tranquillo tutto il giorno. Prendiamo la macchina domattina presto e ti lasciamo in pace fino a domani sera.</p>
<p>«E&#8217; un&#8217;idea» prese tempo Giovanni.</p>
<p>«Sì papà, l&#8217;imbianchino è un mestiere che proprio non mi piace, tu invece solo a guardati si capisce che ti diverti.»</p>
<p>«E&#8217; un&#8217;idea» ripeté Giovanni per prendere ancora un po&#8217; di tempo e quell&#8217;attimo gli fu sufficiente per decidere.</p>
<p>Si batté la fronte energicamente con il palmo della mano destra, come si fa per una dimenticanza grave. Alzatosi si diresse nell&#8217;altra stanza dicendo:</p>
<p>«Un momento solo, telefono.»</p>
<p>Richiuse accuratamente la porta di cucina alle sue spalle e formò il numero del bar.</p>
<p>«E&#8217; ancora lì quel negrone che chiamate Senegal?»</p>
<p>«Un momento, guardo .. Senegal, telefono!»</p>
<p>«Hallo»</p>
<p>«Cosa vuol dire questa parola?»</p>
<p>«Vuol dire pronto.»</p>
<p>«Allora è meglio dire pronto addirittura. Sei tu Senegal?»</p>
<p>«Io sarei Gueye Serigne Saliou, ma qui mi chiamate tutti Senegal»</p>
<p>«Piccolezze. Basta intendersi. Piuttosto avete risolto per quell&#8217;imbiancatura?»</p>
<p>«Ma lei chi è, scusi?»</p>
<p>«Io sono Giovanni, l&#8217;imbianchino.»</p>
<p>«Il pittore, come Marcello.»</p>
<p>«Se preferisci.»</p>
<p>«L&#8217;imbiancatura dice? No che non abbiamo risolto, cosa vuol mai che risolviamo noi.»</p>
<p>«Se c&#8217;è ancora bisogno, io ci sono.»</p>
<p>«Davvero? – esclamò Senegal con entusiasmo &#8211; E mi chiama per questo, mi chiama proprio lei per dirmi questo?»</p>
<p>«Non c&#8217;è niente di strano &#8211; minimizzò Giovanni &#8211; non siamo mica in interurbana.»</p>
<p>«E verrà…con i rulli e tutto il resto?»</p>
<p>«No la tinta la comprate voi e non fatevi imbrogliare. Chiedete biacca comune, quella da meno. Se vi fate imbrogliare ricordatevi che non ci sto.»</p>
<p>Dall&#8217;altra parte del filo l&#8217;uomo chiamato Senegal non sapeva contenersi. Gli sembrava un regalo tanto grande da non poter, lui con il suo italiano, trovare le parole per dire grazie nel modo giusto.</p>
<p>Giovanni comprese l&#8217;imbarazzo e tagliò corto:</p>
<p>«Ci vediamo domattina alle otto davanti a quella vostra topaia. Buonanotte.»</p>
<p>Tornò in cucina e Mario subito riprese il discorso interrotto:</p>
<p>«Allora, papà…?»</p>
<p>«Allora che cosa?»</p>
<p>«L&#8217;imbiancatura della cucina.»</p>
<p>«Ah, già, l&#8217;imbiancatura. Purtroppo non posso. Domani mi è proprio impossibile.»</p>
<p>«Perché‚?»</p>
<p>«Perché‚ ho già dato parola a un altro, non posso tirarmi indietro.»</p>
<p>«Ma papà lo sapevi, ci tenevamo tanto!»</p>
<p>«Pazienza. Sarà per un&#8217;altra volta. Ma adesso andiamo a dormire che io a lavorare mi diverto, lo dite sempre, ma per voi domani sarà una giornata dura su quell&#8217;autostrada.»</p>
<p>Non gli era mai accaduto di prendere una decisione simile così all&#8217;improvviso.</p>
<p>Un po&#8217; turbato com&#8217;era uscì dalla cucina senza guardare gli altri, volutamente. Incontrò solo per un attimo, un rapido sguardo d&#8217;intesa da parte di Monica, la nuora, sorridente e malizioso.</p>
<p>Sollevato, diede la buonanotte a tutti e andò a dormire.</p>
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